Commissione Culturale di Confartigianato di Prato
 
 
 
Ha ragione De Micheli quando scrive che se Piero Tredici fosse vissuto in altri tempi - diciamo due o tre secoli fa - sarebbe stato pittore di cupole. E non solo perché la sua arte vuole la misura grande, implora l'articolata organizzazione degli spazi, cerca il dialogo delle forme fra loro collegate. Non solo per questo. Piero Tredici sarebbe stato un pittore di cupole o di pale d'altare o di vasti racconti di religione o di storia perché per lui il contenuto è fondamentale. Non solo il contenuto è fondamentale ma ha da essere un contenuto “etico”, di denuncia, di testimonianza, di sof¬ferta condivisione: un contenuto “impegnato”, dunque, per usare una parola che oggi non usa più ma che attraversa come un sole nero il cielo del Novecento. Guardiamole tutte insieme (come è capitato a me nei magazzini di Mauro Pagliai alla Editrice Polistampa un pomeriggio dello scorso Ottobre) le tele che il pittore mette in mostra per iniziativa della fiorentina Accademia delle Arti del Disegno. Fanno, tutte insieme, il “garbuglio del bilico”. Come se qualcuno ci obbligasse ad affacciarsi sullo stupore, sull'orrore, sulla vertigine. Di rado un titolo mi è sembrato così ben scelto e così efficace. Vanno considerati tutti insieme i dipinti di Tredici, come un'o¬pera unica, come un affresco che nell'accensione acidula dei rossi, dei gialli, dei bruni sulfurei, racconta di desolazioni e di devastazioni, di incubi, di fantasmi, di solitudini, di turpi connubi. L’icona Uomo (penso alla bellissima Mostra di Clair alla Biennale veneziana del '95) vi appare lacerata, disarticolata, oscenamente contraddetta; nelle tele di Tredici come in tante altre opere del Novecento realista ed espressionista. Come la conchiglia porta il rumore del mare così i dipinti dell'ultimo Tredici portano il brusio cupo e sommesso del secolo appena concluso. Il secolo di Maccari e di Gut¬tuso, di Sughi e di Farulli, di Otto Dix, di Grosz, di Bacon; con Goya, il Goya della Quinta del Sordo e dei Capricci neri; dietro tutti e il più grande di tutti. A questo punto si pone la questione dell'ideologia o dell'"impegno", stella polare nel lungo percorso di Tredici, fino dai tempi dei dipinti dedicati all'Algeria e al Vietnam, musa ispiratrice per lui come per gli altri che ho prima citato. L'espressionismo ha bisogno della figura umana, la deforma e la devasta perché attraverso la deformazione e la devastazione passino la testimonianza e la denuncia. Con i suoi quadri Tredici vuole dirci una cosa semplice e terribile. Vuole dirci: Ecce homo, questo è l'Uomo nel tempo del materialismo e dell'immoralismo, nell'età del¬l'ingiustizia, della solitudine e della disperazione. Piero Tredici è l'ultimo alfiere dell'arte che un tempo si chiamava impegnata. Si pre¬senta a noi (non possiamo non ammirare il suo coraggioso anticonformismo) negli anni dell'individualismo di massa, del pensiero unico edonista e consumista, della deideologizzazione proposta come terapia infallibile per tutti i mali del mondo. Oggi si pensa che 1'arte debba essere minimalismo, nostalgia, citazionismo, evasione, ironia, gioco. Ma ecco che arriva Piero Tredici a scompigliare le carte, a rovesciare il tavolo. Si presenta con una mostra inattuale e contro corrente, a dirci che le cose non stanno così, che non è giusto e neppure possibile dimenticare la centralità drammatica della condizione umana. Perché - raccontano le sue tele - che ci piaccia o no, anche se non vogliamo saperlo o fingiamo di dimenticarlo, questo è l'Uomo, nella terra desolata, sotto un cielo senza promesse. Per fortuna il pendolo della storia conosce cicliche oscillazioni. Dopo il tempo del disincanto tornerà (e sarà presto), il tempo della mora¬lità e dell'impegno e allora capiremo quanto è stata importante, nell'autunno del 2002, questa mostra fiorentina splendidamente inattuale.
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( Critico : Antonio Paolucci)